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Alzatevi, andiamo!

Sabato 11 e domenica 12 marzo si è tenuto in oratorio il ritiro quaresimale per i ragazzi del triennio delle superiori degli Oratori di Settimo Torinese.

Abbiamo avuto l’occasione di poter conoscere meglio un aspetto della nostra vita, che difficilmente tiriamo fuori: la sofferenza. E’ un tema complicato da analizzare, e molto delicato da affrontare: siamo partiti da un brain storming, per capire quali sono le implicazioni nella vita di tutti i giorni, e abbiamo riflettuto sul rapporto che l’uomo ha con la sofferenza attraverso alcuni articoli di cronaca che ci accostano al male sotto diverse forme (il dolore di aver perso un figlio, la violenza di gruppo, una vittima insensata), delle canzoni che ci parlano di dolore, e le immagini dei campi di sterminio. Le domande nella mente si affollano: come è possibile tutto ciò? Cosa possiamo fare noi? Dov’è Dio di fronte a tutto questo?

Dopo una serata passata a conoscere il mondo dei regni di Azzurra e del Luppolo, e delle loro particolari famiglie reali, abbiamo concluso la prima giornata pregando davanti al Santissimo, cercando di recuperare i tanti dubbi emersi nel pomeriggio, con la speranza di trovare il giorno dopo qualche risposta.

La domenica si è aperta con due testimonianze molto particolari, legate a delle esperienze di grande sofferenza, che è stata affrontata con tenacia, cercando nella fede e nelle persone le risposte a quelle domande che affollano la testa e non riesci a trovare risposte razionali. Il silenzio che si è creato nell’ascoltare queste testimonianze era il segno di una grande attenzione, quella che ci colpisce quando ci troviamo di fronte alla sofferenza: ognuno di noi cerca il suo percorso per reagire e per questo abbiamo avuto l’occasione di riflettere sul nostro rapporto interiore con la sofferenza attraverso un momento di deserto. La traccia conteneva tre testi: una poesia di Alda Merini, un brano di Nouwen, il racconto del Getsemani. In modo particolare, Nouwen ci invita a riflettere sul fatto che per farci amico il dolore dobbiamo farlo uscire dall’isolamento: la condivisione dopo pranzo è servita ad offrire una risposta, magari non del tutto esaustiva, a una delle domande ricorrenti di questo ritiro. Infatti, Dio è presente nel dolore di ognuno di noi e ci offre la sua compassione.

Abbiamo concluso il ritiro celebrando la Messa, nel quale abbiamo ascoltato il Vangelo sulla Trasfigurazione: il grande timore dei discepoli, l’incredulità di Pietro che propone le tre capanne, il tocco di Gesù che li invita a non temere.

Due sono i simboli di questo ritiro: la croce, segno della sofferenza di Cristo nella passione e della sofferenza che ognuno di noi si carica sulle spalle, e una canzone di Fiorella Mannoia, dedicata alla vita, che per quanto sia incoerente ci offrirà una strada da percorrere senza timori.

Allora, che sia benedetta!

Il contrario dell’amore è l’indifferenza

Domenica 13 dicembre i ragazzi dei gruppi adolescenti e giovanissimi hanno avuto la possibilità di vivere un momento di intenso ritiro dedicato all’indifferenza.
La mattinata è stata aperta dalla visione di tre video: il primo è un esperimento sociale condotto in Russia, nel quale veniva misurato il tempo nel quale in una piazza ci si accorgeva di un uomo che si è accasciato a terra dolorante, il secondo fa riferimento a un fatto realmente accaduto (uno scippo fermato da un ragazzo, con il ladro che riesce purtroppo a scappare), mentre il terzo è un esperimento condotto in un ipermercato, nel quale un ragazzo fa cadere incidentalmente dei fogli a terra e nessuno lo aiuta a recuperarli. La riflessione successiva si è concentrata sugli atteggiamenti di indifferenza causati spesso da pregiudizi o paure, ed è stata riportata alle esperienze vissute nella vita di tutti i giorni. Questa seconda parte è stata accompagnata anche dalla lettura di una storia che è un’estrema conseguenza di un’indifferenza prolungata, ovvero il bullismo. Qui si può capire come il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.
La Messa domenicale seguita con la comunità è stata importante anche per la apertura della Porta Santa e la benedizione in occasione del Giubileo della Misericordia.
Nel pomeriggio, i ragazzi hanno potuto assaporare due momenti molto diversi tra loro: il primo, in chiesa, dedicato a capire come la tenerezza di Dio può essere un efficace antidoto contro l’indifferenza, partendo dalla parabola del Buon Samaritano e utilizzando una testimonianza di Elton John su come ha superato le difficoltà della malattia, mentre il secondo, fuori dai cancelli dell’oratorio, a portare un gesto di misericordia, simboleggiato dai “Free Hugs”, gli abbracci gratis, donati a persone sconosciute. Gli atteggiamenti sono diversi: dalla massima apertura alla diffidenza totale.
Questa giornata è stata utile a tutti per conoscere meglio l’amore e la tenerezza di Dio, e a conoscere il dono gratuito di un’amore da non nascondere sotto il mantello.

Quando lo straordinario serve a vedere l’ordinario!

Pubblichiamo l’articolo uscito sul bollettino parrocchiale di Loreggia sull’incontro tra i giovani delle nostre parrocchie del 1 maggio 2015.

Quando si arriva davanti ad un “lenzuolo” che potrebbe avere – il condizionale è purtroppo d’obbligo – duemila anni; che potrebbe aver avvolto il corpo di Nostro Signore e che potrebbe essere la “prova materiale” o, meglio, la reliquia, giunta fino a noi, della sfolgorante potenza della Resurrezione: una piccola scossa la si ha. Inevitabilmente. Forse accade perchè ci sembra impossibile arrivare di fronte a qualcosa di così importante e che non possa accadere niente. Forse accade perchè cerchiamo in lei la sicurezza che spesso reliquie, miracoli e paranormale dicono in genere di dare. È altrettanto vero, però, che nel momento in cui 23 giovani (animatori AC e scout insieme) sono partiti, in direzione Torino, dalla caotica piazza di Loreggia lo scorso 1° maggio, proprio per vedere la Sindone, hanno ben chiaro che non si va in cerca di qualcosa di grande. Non cercano nulla di eclatante, come non cercano un po’ di sicurezza, o un po’ di tranquillità al modico sacrificio di 400 chilometri. Così, dopo cinque ore di strada con la preziosa guida di Roberto, Efrem e Francesco e dopo il terrore causato da un furgone che non ripartiva più ci si è concessi un giretto tra i più famosi monumenti e le più importanti piazze di Torino: dalla Mole Antonelliana al Santuario della Consolata, da piazza Vittorio Veneto alla Real Chiesa di San Lorenzo. Dopodichè il pellegrinaggio è proseguito verso la periferia torinese, dove un emigrato loreggiano, il buon Giancarlo Rigon, si è adoperato per ospitarci in quella che ormai da più di cinquant’anni è la sua parrocchia a Settimo Torinese. E lì c’è stato un piccolo dono inatteso: abbiamo gustato la sorpresa di non essere solo ospitati, ma anche accolti con grande entusiasmo dal loro “gruppo di giovani” che come noi vivono e s’impegnano all’ombra del campanile. Persone nelle quali abbiamo scoperto una grande generosità e disponibilità, e che ci hanno accompagnato volentieri in quel breve tratto del nostro pellegrinaggio. Condiviso insieme la serata con questi nuovi amici, dopo avere riso e scherzato su chi parlasse peggio l’italiano, ci siamo spostati nella chiesa parrocchiale, dove nella preghiera abbiamo rivissuto nelle parole del Vangelo di Giovanni i momenti vissuti da Gesù poco prima di lasciare traccia del suo dolore sul sacro telo custodito nel duomo di Torino. Così nella notte sono tornati a vivere il tradimento di Giuda, la consegna di Gesù ai sommi sacerdoti, la sentenza di Pilato, la folla, che nel dubbio sceglie Barabba, tutta la cruda Passione di Cristo fino al mattino in cui la Sindone venne ritrovata nel sepolcro, fino al momento in cui Pietro osservò il discepolo amato vide e credette. Ma per concludere la lunghissima giornata non potevamo mancare un ultimo “struggente” saluto agli amici di Settimo Torinese e un veloce colpo di sapone, certi di dirigerci tutti in direzione sacco a pelo. Al mattino, dopo un sonno, quasi, ristoratore abbiamo celebrato le Lodi e via di nuovo in furgone verso il centro città. Qui è iniziato l’ultimo tratto del nostro pellegrinaggio: attraversando i giardini reali siamo entrati sempre più in un clima di raccoglimento e aiutati dalle storie dei più famosi santi di una Torino di certo non molto rinomata per la sua religiosità, siamo giunti al cuore del nostro camminare. È stato lì il climax: quei pochi minuti passati a fissare delle deboli impronte su un lenzuolo datato. Impronte che nel cuore dei fedeli sono simbolo di una certezza incrollabile: qualcosa duemila e rotti anni fa è accaduto. È qualcosa a cui la scienza non arriva, e per la quale si tira fuori la “sempreverde ruota di scorta della fede”: che avrà pure i suoi grossi limiti di velocità, ma per via di affidabilità non scherza… E quando sembra finita, per non immagazzinare esperienze da esibire in una vetrina dalla quale molto spesso si perde la chiave, è sempre bene fermarsi, fare il punto di quanto si può e si vuole portare a casa. Allora, prima di concludere con la messa, ognuno di noi, nella chiesa di S.Domenico, si è preso del tempo per parlare non solo di Dio, ma anche con Dio, e infine per condividere il piacere, i dubbi, le gioie, la propria fede con i compagni che hanno fatto questo splendido viaggio. È a quel punto che ci si rende conto di quanto in realtà quello che cercavamo nell’impronta lieve della Sindone sia un “miracolo” dato in sovrappiù, un segno dal cielo che rimanda a quanto avviene ogni domenica, per non dire ogni giorno. È un segno straordinario per ricordarci che il sacrificio di Cristo sta nel pane e nel vino dati a noi per la nostra salvezza e lì possiamo riconoscerLo come i discepoli ad Emmaus. Se la nostra fede, come quella di Pietro e del discepolo amato, necessita di vedere questo segno straordinario dell’amore di Cristo per noi, ben venga, ma non deve passare attraverso quel lenzuolo la nostra certezza: passi piuttosto attraverso la testimonianza di chi vive con noi. Attraverso le persone che ci accompagnano ogni giorno o anche solo nelle occasioni speciali. Attraverso l’amore e l’amicizia che segnano i giorni della nostra vita. Senza dimenticare, poi, che la testimonianza più grande non è quella di Tommaso ma la nostra, che “pur non avendo visto hanno creduto” (cfr. Gv 20,29). Concludiamo ringraziando don Luca, che si fa davvero in quattro per noi giovani delle parrocchie; ringraziamo don Leone che ce lo concede con generosità; Efrem che con il cappellano ha guidato l’esperienza; Laura, Roberto e Silvia che hanno curato la logistica. E infine un grazie speciale alla parrocchia di Settimo Torinese in toto, perchè elencare i nomi di tutti sarebbe davvero troppo lungo (facciamo eccezione per Giancarlo indigeno loreggiano migrato in Piemonte!), e a quanti, cominciando da noi partecipanti, fidandosi e mettendoci il cuore e la disponibilità hanno reso possibile questo meraviglioso pellegrinaggio. Grazie ancora e Buona Strada.
Fabio Marconato

Visualizza le foto dell’incontro del nostro oratorio con i giovani di Loreggia e Loreggiola